Lo stomaco che brucia. L’ accettare e il trasformare.

I più diffusi disturbi di stomaco, quali gastrite, pesantezza post-prandiale, reflusso, possono rifersi sì a squilibri d’organo nella sua forma strutturale-fisica, ad un’errata alimentazione o meglio un errato abbinamento di alimenti per il proprio biotipo ed anche all’aspetto più squisitamente psicosomatico che rappresenta.

Quest’organo accoglie sia cibo sia emozioni e, a seconda del periodo dell’anno in corso può “risvegliarsi” più che in altri momenti dell’anno.

Chi soffre di gastrite (bruciore di stomaco) mi riporta infatti una maggiore sensibilità durante i cambi di stagione quando appunto è in corso un adattamento climatico e una collera intensa interna.

Ed è proprio questo aspetto che mi colpisce di più: come il nostro stomaco è capace di accogliere il cibo, accettandolo per poi mettere in campo una serie di processi digestivi anche enzimatici per poterlo sminuzzare e passare nell’ intestino, anche le emozioni percorro lo stesso processo.

Quando ci scontriamo con persone o aspetti della vita che non vogliamo accettare stiamo andando nella posizione inversa al processo di adattamento.

Questo non significa “farci andar bene” quello che capita e rimanere passivi di fronte a ciò che riteniamo opposto al nostro modo di vedere, di interpretare, di valutare, ma saper utilizzare la parte più fluida di noi.

L’adattamento va a braccetto con l’accettazione: se non accetto non mi adatto alla situazione, se non mi adatto provoco tensione e fuoco interno.

Le persone “di principio” sono quelle tra cui soffrono maggiormente: basando la vita su alcuni principi cardine, quando questi principi non vengono considerati e facendo indigestione di ciò che non riescono ad elaborare, vengono inondati da un senso di ingiustizia.

Personalmente conosco la sensazione ma mi sono chiesta spesso: chi dice che il proprio principio è su scala universale?

L’incapacità di adattarsi rientra all’interno del network di educazione che abbiamo assorbito in famiglia o nella cultura di appartenenza e sono consapevole anch’io che uscire da uno stereotipo, una volta solidificato nella mente, è possibile sì, ma costa.

Costa più che altro perché c’è il rischio di perdere la propria identità sociale, si fa fatica prendere in considerazione i valori tramandati, metterli in discussione e scardinare la propria educazione.

Spesso la rigidità che ne deriva può portare a considerare su un piano orizzontale la visione della vita, eppure siamo circondati da un cerchio.

O per lo meno mi auguro di poter risvegliare quest’idea di visione in 3D.

C’è da dire che lo stomaco non viaggia da solo, risponde al processo digestivo intestinale quindi se vogliamo trattare lo stomaco come organo, è necessario trattare anche l’intestino, quindi il legame con il lasciar andare o trattenere.

C’è da dire comunque che quando si reagisce in maniera importante provocando un disturbo fisico, emotivamente si è stati solleticati su un nervo scoperto e come sempre accade se, non si comprende il significato e l’insegnamento da trarne, il disturbo si ripete.

È come un post-it che ci ricorda di trattare quell’aspetto di noi. Nulla viene per caso e cade dal cielo.

Pur quanto possa essere doloroso dobbiamo per forza passarci di là.

L’ adattarsi è cugino delle aspettative e le aspettative soprattutto se disattese portano delusione in quanto nessuno può sapere esattamente come e cosa può soddisfare le nostre esigenze se non, noi stessi.

Aspettare dagli altri una soluzione, ciò che manca in termini di amore, affetto, accoglienza, ascolto, cura etc.. è come mettere in mano il nostro potere a qualcun altro, una sorta di dipendenza continua dall’altro.

Se disattese le nostre aspettative, rabbia, frustrazione, dolore, scomodità, delusione arrivano.

Cade l’altro cado tu.

Direi che non è sano.

Usciamo quindi da quella malsana idea di essere assistiti da qualcuno, di riporre le speranze su persone che poi, nella realtà, hanno una natura contraria alle aspettative che ci eravamo fatti.

Aspettative, stereotipi, rigidità, tutti aspetti concatenati, una connessione che porta al di fuori del nostro Sé.

È capitato anche a me vivere una delusione profonda verso una persona che appariva, probabilmente solo nella mia testa in modo opposto da come si rivelò in un secondo momento.

Era la fine del 2022 e se ricordi l’ultimo articolo di dicembre, ho seguito il rituale di fine anno, trasformato l’idea di quella persona, lasciata andare e imparato la lezione della “fluidità”.

Non ricordo mal di stomaco ma la digestione inceppata sì.

Fluidità, mi richiama l’acqua, mi richiama al letto di un fiume che va per quella direzione, può incontrare delle curve, dei massi, non si ferma, accoglie, ci gira intorno e scorre per la sua strada.

Una volta una persona saggia e anziana mi disse:” Ti vedo stanca. Togli quel sasso dal tuo fiume e lascia che l’acqua scorra più liberamente”.

Cosa serve quel bruciore? Cosa impari da quella pesantezza di stomaco? Come puoi trasformarla?

Lascio ora a te, caro lettore il percorso del fiume più adatto alla tua evoluzione, rimanendo nell’ascolto profondo e, perché no, facendo emergere la verità.

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