Neuroscienze affettive e sistemi di attaccamento.
Il benessere non è solo l’assenza di sintomi, ma un dialogo armonioso tra la nostra storia biologica e la nostra consapevolezza presente.
In questo articolo, esploriamo come la relazione con noi stessi influenzi profondamente la nostra salute fisica attraverso due canali affascinanti: la memoria delle nostre cellule e l’attività dei neuroni specchio.
La Memoria Cellulare: Quando il corpo tiene il punteggio
L’idea che il nostro vissuto, specialmente quello infantile, rimanga impresso nel corpo non è più solo una suggestione filosofica. La biologia cellulare suggerisce che le nostre cellule non portano con sé solo il codice genetico, ma anche le “tracce” chimiche delle esperienze emotive passate.
- L’Imprinting Infantile: Durante l’infanzia, il sistema nervoso è estremamente plastico. Eventi stressanti o mancanze affettive possono alterare la risposta del cortisolo e dei mediatori dell’infiammazione.
- Segnali Bio-Analogici: Una cellula che è cresciuta in un ambiente di costante allerta tende a mantenere uno stato difensivo. Questo “stile di risposta” può tradursi, in età adulta, in somatizzazioni o disturbi funzionali (colon irritabile, fame nervosa, iperattività, sentirsi a disagio se si riposa…).
Amare sé stessi significa, in questo contesto, riconoscere queste memorie e lavorare attraverso diversi approcci, tra cui la Kinesiologia, Naturopatia o le Neuroscienze affettive, la Nurizione funzionale per “informare” nuovamente il sistema che il pericolo è passato, si può riprogrammare, permettendo alle cellule di passare da una modalità di sopravvivenza a una di rigenerazione.
Il nostro sistema nervoso, riceve segnali dall’esterno attraverso dei recettori e attraverso dei meccanismi sofisticati e alquanto eleganti, li trasforma in segnali interni che danno poi una risultante, una risposta.
Ogni segnale verrà quindi convertito e orientato verso tutti i sistemi del nostro corpo: il sistema emotivo, l’apparato gastro intestinale, il sistema respiratorio, oculare, viscerale genitourinario e via dicendo.
Segnali in entrata e in uscita: questi segnali si attivano già durante l’età gestazionale in stretto rapporto con la propria madre: infatti, studi dimostrano che, se la madre, durante la gravidanza vive stati ansiosi, per esempio, il bambino percepirà questi segnali come se fossero nutrimento.
Le cellule nervose quindi cominceranno a registrare.
Per input sensoriale, si intende un comportamento alimentare disequilibrato, uno stato emotivo a disagio, un ambiente inquinato da sostanze o rapporti familiari difficili.
Tutto quindi, diventa un segnale, un messaggio che il nostro sistema nervoso riceve, elabora, trasforma e sparge nel corpo.
Ed io, potevo non specializzarmi in Neuroscienze?!?
Ora vediamo cosa succede durante l’infanzia secondo la Psicologia dello sviluppo e le Neuroscienze affettive.
Il Filo Invisibile: Dalla Teoria dell’Attaccamento al Modello Operativo Interno

La qualità del legame con chi si è preso cura di noi (il caregiver) non modella solo le nostre emozioni, ma scrive un vero e proprio “manuale d’istruzioni” che il nostro sistema nervoso utilizzerà per tutta la vita.
Questo manuale è ciò che Bowlby definiva Modello Operativo Interno (MOI).
Dal legame con la madre o il padre che si prende cura del piccolo, si sviluppa un attaccamento specifico per ogni bambino a seconda della relazione che si instaura con il caregiver.
Quel modello di attaccamento guiderà il comportamento del bambino fino all’età adulta, nel bene e nel male.
I MOI sono schemi cognitivi (rappresentazioni mentali )che influenzano come una persona percepisce se stessa e gli altri. Essi si formano attraverso le esperienze concrete che i bambini vivono con le figure significative di attaccamento, organizzando le esperienze in schemi rappresentazionali specifici.
Questi modelli derivano dalla memoria episodica e vengono sintetizzati in un modello generale delle interazioni, che riassume la qualità della relazione tra il bambino e le figure di riferimento.
I MOI influenzano le relazioni future, determinando come una persona si comporta in situazioni sociali e affettive.
Essi fungono da guida rispetto al comportamento relazionale del soggetto nelle esperienze interpersonali e tendono a mantenersi stabili, operando in modo inconsapevole.
Vediamo quindi i diversi stili di attaccamento riscontrabili, probabilmente, caro lettore riconoscerai in te alcune caratteristiche.
Attaccamento Sicuro: La Base della Resilienza
Quando un bambino riceve risposte coerenti e amorevoli, sviluppa un sistema immunitario e nervoso “elastico”.
Il caregiver è responsivo alle sure richieste, si instaura un legame sicuro dove sentire “sicuri nel proprio corpo”, dove poter gestire con resilienza le sfide della vita, senza essere sempre in stato di allerta.
In età adulta si tenderà a stringere facilmente relazioni sane, definire il proprio territorio senza farsi sopraffare oltre a gestire al meglio il “dare e ricevere”, crearsi una vita su basi solide ed essere inserito nella società in modo armonioso.
È il risultato di cure sensibili e costanti.
Visione di Sé: “Sono una persona degna di amore, capace e di valore.”
Visione dell’Altro: “Gli altri sono affidabili, disponibili e benintenzionati.”
Comportamento: Il soggetto esplora il mondo con fiducia e sa chiedere aiuto quando serve, senza temere l’intimità.
- Nel corpo: I livelli di infiammazione basale sono generalmente più bassi.
- Nel comportamento adulto: La persona si stima, sa chiedere aiuto e non vede l’intimità come una minaccia. Amare sé stessi diventa un gesto naturale perché si è stati amati in modo efficace.
Attaccamento Insicuro (Ansioso o Evitante): Il Corpo in Allerta
Se il legame è stato intermittente o freddo, il bambino impara che il mondo è un luogo incerto.
Qui il caregiver, dava attenzione e cure in modo insicuro e il bambino
- L’Ansioso: Vive in un costante stato di iper-attivazione (iper-cortisolemia). Da adulto, cercherà conferme esterne per placare un’ansia che ha radici cellulari.
- L’Evitante: Impara a “spegnere” le emozioni per non soffrire. Questo distacco può portare a una rigidità fisica e a una difficoltà nel riconoscere i segnali di malessere del corpo (alessitimia), portando spesso a malattie psicosomatiche improvvise.
Nasce da un caregiver che ha costantemente rifiutato o ignorato le richieste di vicinanza.
Visione di Sé: “Devo bastare a me stesso; mostrare vulnerabilità è inutile o pericoloso.”
Visione dell’Altro: “Gli altri sono distanti, intrusivi o rifiutanti se ho bisogno di loro.”
Comportamento: Tendenza a mantenere una distanza emotiva e a sopprimere i sentimenti per evitare il rifiuto.
Attaccamento Insicuro-Ambivalente/Preoccupato (Incertezza e Ansia)
Deriva da un caregiver imprevedibile (a volte affettuoso, a volte assente o intrusivo).
Visione di Sé: “Sono vulnerabile e forse non abbastanza importante da meritare attenzione costante.”
Visione dell’Altro: “Gli altri sono imprevedibili; devo controllarli o stare sempre allerta per non essere abbandonato.”
Comportamento: Forte ansia da separazione e costante bisogno di rassicurazione e vicinanza.
Attaccamento Disorganizzato (Paura e Frammentazione)
Legato a esperienze traumatiche o spaventose in cui il caregiver era fonte di paura.
Visione di Sé: “Sono cattivo, in pericolo o impotente.”
Visione dell’Altro: “L’altro è minaccioso o spaventato; non so se fuggire da lui o cercare rifugio in lui.”
Comportamento: È un modello non integrato, caratterizzato da comportamenti contraddittori o congelamento emotivo (freezing) nei momenti di stress. paura.
Come il Vissuto Influenza il Comportamento Adulto
Il comportamento che adottiamo oggi — la tendenza a controllare tutto, la paura dell’abbandono o l’incapacità di dire “no” — è spesso una strategia di sopravvivenza biologica rimasta attiva oltre il necessario.
Attraverso l’integrazione neuroscientifica, comprendiamo che il cervello adulto è plastico. Non siamo condannati dal nostro passato e possiamo riprogrammare il circuito.
Dapprima è essenziale riconoscere che per esempio “la mia ansia oggi è l’eco di un bisogno non soddisfatto ieri” permette ai neuroni specchio di iniziare a osservare noi stessi con la tenerezza di un genitore sano e sviluppare la consapevolezza come guarigione.
Il Punto di Svolta: Passare dal “Perché mi comporto così?” al “Cosa sta cercando di proteggere il mio corpo con questo comportamento?”. Questo cambio di prospettiva disinnesca la risposta allo stress e interrompe la catena biochimica che porta alla malattia.
Le Neuroscienze Affettive: La Chimica dei Sentimenti
Mentre la neurologia classica si occupa di “cavi” (nervi) e “trasmissioni”, le neuroscienze affettive studiano i sistemi emotivi di base che risiedono nelle zone più profonde del cervello (il sistema limbico). Questi sistemi sono i veri motori della nostra salute.
Possiamo dividere i circuiti del benessere dove emozioni come la “Cura” (CARE) e il “Gioco” (PLAY) rilasciano ossitocina ed endorfine, che sono potenti antinfiammatori naturali.
E i circuiti del malessere: Stati persistenti di “Paura” (FEAR) o “Sofferenza da separazione” (PANIC/GRIEF) mantengono il corpo in una biochimica acida e pro-infiammatoria.
L’integrazione metodologica consiste nel capire che un’emozione non elaborata è una molecola tossica che circola nel sangue.
L’Integrazione nel “Metodo Integrato”

Ho voluto creare nel tempo un Metodo Integrato che fondesse queste conoscenze Neuroscientifiche con la Naturopatia e la Kinesiologia: se non si lavora sul corpo, non si riescono a modellare i circuiti neurali emotivi e viceversa.
Kinesiologia e Riconoscimento Emotivo
Il test kinesiologico non interroga solo il muscolo, ma dialoga con il sistema limbico, un sistema raffinato cerebrale che modula la risposta emotiva e di memorizzazione.
- L’applicazione: Quando identifichiamo uno stress, le neuroscienze affettive ci aiutano a dare un nome al “sistema” attivato. È una rabbia da frustrazione (RAGE) o un’ansia da separazione? Dare un nome preciso all’emozione permette ai neuroni specchio di osservare il vissuto interno, avviando il processo di neuroplasticità.
Naturopatia e Terreno Emotivo
La Naturopatia non cura solo l’organo, ma sostiene la chimica cerebrale necessaria per il cambiamento.
- L’applicazione: L’uso di fitoterapici, oligoelementi, vitamine e minerali può modulare la biochimica cerebrale (ad esempio, modulando l’asse dello stress HPA), creando l’ambiente adatto affinché la persona possa rielaborare le memorie cellulari infantili senza esserne sopraffatta.
Il Linguaggio della Guarigione
Amare sé stessi, alla luce delle neuroscienze affettive, significa ri-educare i propri circuiti emotivi.
Se l’infanzia ha allenato i circuiti della “Paura”, l’integrazione metodologica mira a risvegliare e nutrire il circuito della “Cura” verso sé stessi. È un vero e proprio “re-parenting” biologico.
Neuroni Specchio: L’Empatia come Medicina

Un ulteriore aspetto che mi interessa toccare a livello Neuroscientifico collegato agli stili di attaccamento, è la reazione di alcuni circuiti neurali che si attivano durante il rapporto con il caregiver in età infantile.
Abbiamo capito che i neuroni registrano svariati input sensoriali, comportamentali, visivi, uditivi, biochimici: interessante quindi è completare quest’articolo con un argomento affascinante.
I neuroni mirror scoperti attorno agli anni 90 dal Dott. Rizzolatti, Neuroscienziato studiando il comportamento dei macachi.
Scoperti in ambito neuroscientifico, i neuroni specchio sono i mediatori della nostra capacità di connetterci con gli altri, nella cognizione sociale e nell’empatia.
Tuttavia, la loro funzione ha un risvolto cruciale anche nel rapporto con noi stessi.
Il principio del rispecchiamento: Se osserviamo un gesto di cura, il nostro cervello lo simula internamente, come quando osservando una persona soffrire, possiamo percepirne la sofferenza.
I circuiti dei neuroni specchio si attivano inoltre osservando un movimento altrui applicato ad uno scopo: cosa abbiamo registrato durante l’infanzia?
I neuroni specchio si attivano anche attraverso input uditivi oltre ai motori e visivi: quindi, cosa ricordiamo a livello di “sensazione” di ciò che abbiamo vissuto in infanzia osservando la nostra famiglia?
Abbiamo imparato ad amarci osservando l’ambiente attorno a noi? Cosa abbiamo filtrato dal comportamento dei nostri genitori?
Siamo riusciti a costruire un Sé tale da riconoscere ciò che realmente alimenta la cura verso noi stessi? Sappiamo ciò che ci fa star bene, ci cura nel profondo, ci allieta l’anima e permette l’espressione massima di noi stessi?
Sappiamo il nostro scopo in questa vita?
Nei tempi antichi, i guaritori egizi, dalla loro saggezza riportavano quanto segue: “La malattia arriva quando l’essere umano dimentica l’Amore verso Sé”.
Amarsi è conoscersi, perché se non conosciamo realmente noi stessi, non sappiamo ciò che ci fa bene, ciò che ci cura.
Andando contro noi stessi, ci ammaliamo. Non è una sfortuna, è mancanza di conoscenza.
Questo ragionamento apparentemente semplice, in realtà è cruciale, sofisticato e ricco di “Eh ma”..”però” che portano ad auto sabotarsi.
I neuroni specchio come ci aiutano? Essi partecipano alla costruzione della nostra auto-immagine. Trattarsi con benevolenza e compassione non è un esercizio di narcisismo, ma una necessità biologica.
E’ stato dimostrato infatti che l’auto-empatia abbassa i livelli di adrenalina agendo sull’asse dello stress.
Uno stato emotivo coerente e positivo verso sé stessi stimola la produzione di immunoglobuline aumentando quindi la risposta immunitaria.
Educare il cervello a “vedersi” sano e degno di cure crea un circuito virtuoso di bio-feedback positivo.
Possiamo quindi creare un dialogo interno con i nostri neuroni specchio, per auto regolarci, senza accusare i nostri genitori del tipo di “accudimento” che ci hanno donato perchè, loro stessi avevano imparato al meglio dalle loro esperienze.
No è fantasia è Neuroscienza!
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Un caro saluto
Dott.ssa Serena Marega
Laureata in Psicologia, spec. in Neuroscienze cognitive, Naturopata nutrizionale e Kinesiologa, autrice e divulgatrice.
FAQ: Salute Consapevole e Memoria Cellulare
La memoria cellulare è la capacità delle nostre cellule di conservare “tracce” chimiche delle esperienze emotive passate, specialmente quelle vissute durante l’infanzia. Queste tracce possono influenzare la risposta al cortisolo e i livelli di infiammazione, traducendosi in età adulta in disturbi psicosomatici o funzionali come la fame nervosa o il colon irritabile.
2. In che modo lo stile di attaccamento infantile influisce sul corpo?
Secondo le neuroscienze affettive, il legame con i caregiver modella il nostro sistema nervoso. Un attaccamento sicuro favorisce la resilienza e bassi livelli di infiammazione, mentre un attaccamento insicuro o disorganizzato può mantenere il corpo in uno stato di allerta costante (iper-cortisolemia), rendendoci più vulnerabili allo stress e alle malattie.
3. Cosa sono i Modelli Operativi Interni (MOI)?
I Modelli Operativi Interni sono schemi mentali e cognitivi che si formano nell’infanzia attraverso la relazione con le figure di riferimento. Questi modelli fungono da “manuale d’istruzioni” inconscio, guidando il modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre relazioni sociali da adulti.
4. Come possono i neuroni specchio aiutare nel processo di guarigione?
I neuroni specchio non servono solo all’empatia verso gli altri, ma partecipano alla costruzione della nostra auto-immagine. Attraverso l’auto-empatia e la benevolenza verso noi stessi, possiamo attivare circuiti virtuosi di bio-feedback che abbassano l’adrenalina e stimolano la risposta immunitaria.
5. Come lavora il Metodo Integrato su queste dinamiche?
Il Metodo Integrato combina diverse discipline per un approccio eziologico (sulle cause):
Kinesiologia: per identificare l’età in cui si è cristallizzato un blocco emotivo.
Naturopatia: per drenare le tossine dello stress e sostenere la chimica cerebrale con fitoterapici.
Neuroscienze Affettive: per riprogrammare i circuiti emotivi e passare da una modalità di sopravvivenza a una di rigenerazione.
6. È possibile riprogrammare il cervello dai traumi del passato?
Sì, grazie alla neuroplasticità, il cervello adulto rimane plastico. Riconoscendo i segnali bio-analogici e lavorando sulla consapevolezza, possiamo “informare” il sistema nervoso che il pericolo è passato, interrompendo la catena biochimica dello stress cronico.
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